Gli invasati: una casa in cui tornare

Villa Crain si erge su una collina isolata, nell’area più remota del New England, maestosa custode di segreti mai svelati: in piedi da novant’anni, potrebbe resistere per altrettanti. Immutata e sadica, gioca con i suoi inquilini trascinandoli in un’inevitabile spirale di follia. Anime solitarie si aggirano tra quelle mura irregolari: per loro non esiste via di fuga, non avranno più pace.

Questa casa distorta e “nata male”, ha un passato tenebroso: alcuni hanno esalato l’ultimo respiro nelle sue stanze umide, altri hanno trovato fine violenta tra i corridoi, ad altri ancora non è stato concesso neppure l’ingresso.
Tutte donne le vittime e un solo patriarca, il vero e proprio ideatore di questo incubo architettonico: Hugh Crain, un uomo che odiava la gente comune e le idee convenzionali; la dimora dopotutto gli somiglia e come un potentissimo magnete, attrae l’insolito e ignora l’ordinario.

La trasposizione del romanzo di Shirley Jackson “L’incubo di Hill House” da parte del regista Robert Wise (tra i suoi lavori Ultimatum alla terra, West Side Story, Tutti insieme appassionatamente), è impeccabile. Il testo, intimista e prettamente psicologico, trova terreno fertile in un film raffinato, altrettanto intimista e psicologico che ben riesce a riportare sullo schermo le atmosfere deliranti e le fascinose dinamiche di isteria di gruppo. La graduale costruzione della tensione via via più fitta e tagliente, ben corrisponde alla sempre più marcata nevrosi dei presenti, che preannuncia l’inevitabile.

gli invasati, scena del film 1963

La voce pensiero della protagonista Eleanor ci accompagna fedelmente lungo tutto l’arco narrativo: conosciute le innumerevoli ansie che la affliggono e i desideri più reconditi che la muovono, si rende evidente un progressivo e sinistro innamoramento della giovane donna nei confronti di Villa Crain.
Dal terrore all’incanto, una convivenza controversa che al contempo spaventa e seduce, come l’angosciante danza con la casa nel giardino d’inverno.

Il film, che poco risente del passare del tempo (è del 1963 ma resta godibilissimo ancora oggi), lascia allo spettatore un denso ma misurato senso di angoscia, accentuando l’immagine distorta della villa attraverso inquadrature inclinate e grandangolari. Il tutto ricorrendo una sola volta agli affetti speciali: la porta del salone porpora si deforma allargandosi e ritraendosi come un addome che respira affannosamente (c’era un operatore che da dietro spingeva la porta, realizzata con materiale flessibile e una leggera copertura di legno).

Evitando facili effetti orrorifici (come già nel testo di partenza) Gli Invasati concede ampio spazio al mostruoso, senza mai mostrarlo apertamente, ma compiendo un’azione più sofisticata: nascondendolo tra ciò che è consueto. Attuando dunque quell’insidioso processo che conduce al perturbante (attiguo alla realtà e contemporaneamente lontano da essa).

Tonfi assordanti si ascoltano di notte, quando la casa sembra svegliarsi da un sogno millenario e agire per conto proprio: segni di attività soprannaturali o suggestione? Se tutti gli ospiti del Dottor Markway provano un incessante fastidio nel trovarsi ancora in quella dimora nemica, Eleanor sembra l’unica a comprenderne le dinamiche più profonde e misteriose. Ormai parte di quel mondo, sembra aver trovato lì, nel posto più ostile che possa esserci, un rifugio sicuro. È mai esistita prima? Di certo non esisterà dopo, se mai si allontanasse da Villa Crain.


Una giovinezza consumata al capezzale della madre invalida, l’hanno resa inibita e impacciata, mai protagonista e sempre comparsa della sua esistenza. Sembra ancora più piccola, confrontandola con “l’altra donna” della vicenda, l’esuberante e baldanzosa Theodora (solo suggerito è l’interesse di quest’ultima nei confronti di Eleanor). Volute lì entrambe dall’antropologo Markway per condurre un esperimento, perché “sfiorate” dal preternaturale (Eleanor da bambina ha assistito a un fenomeno di poltergeist, Theo manifesta poteri da sensitiva), reagiranno all’influenza maligna della magione con atteggiamenti dapprima similari, poi antitetici, che segneranno infine la distanza incolmabile tra le due.

Le arrugginite e cigolanti scale a chiocciola stridono, l’odore di muffa si fa più forte, le porte si chiudono da sole, non lasciando via di scampo.
A Eleanor non è più concesso andar via. Ma forse, per quella giovane donna così piccola, la sola a esser riuscita ad amare il “mostro”, Villa Crain è casa, l’unico posto in cui tornare.

Martina Rizzo

Martina Rizzo

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