Mostri e violenza: l’America di Lovecraft Country

In principio era il caos: Lovecraft Country si apre con apparente insensatezza e dichiarato disordine; il fragore delle bombe si infrange sulla barriera di una trincea, Jackie Robinson squarta con una mazza da baseball un gigantesco mostro tentacolare, il tutto mentre in un paesaggio post apocalittico stanno atterrando migliaia di navicelle spaziali.
Troppe suggestioni e sparpagliati indizi: molto ci è stato svelato senza accorgercene, molto ci è stato detto su ciò che vedremo poi, un racconto anch’esso a tratti insensato e disordinato.
Anche se ancora non lo sappiamo, la natura della serie è racchiusa in questi primi, sconclusionati, due minuti e mezzo.

Lovecraft Country, ancor prima di essere una serie horror, è un prodotto che con veemenza si impone il ruolo di portavoce della memoria, in un momento storico in cui il ricordo dovrebbe fungere da monito affinché ciò che è stato non sia più.
Lo scenario è per di più quello dell’America segregazionista degli anni Cinquanta ma in continuo e aperto dialogo con la storia lungo tutta la linea temporale, così da far coesistere in un unico tempo figurato passato e presente (la mente torna con un brivido a Minneapolis 2020 quando una delle protagoniste, aggredita da un poliziotto, cerca con voce soffocata di urlare “I can’t breathe”).
Mostrarsi attraverso l’horror in quel tipo di contesto e giocare consapevolmente con i suoi motivi ricorrenti, significa sancire una corrispondenza tra orrori primordiali e orrori reali rendendo la paura ancor più vivida e viscerale, addirittura inevitabile: materia grezza con la scintilla di un instant cult.   
Le citazioni sono innumerevoli e di varia provenienza: ci sono le fotografie di Gordon Parks, che mostrano la vita ai margini degli afroamericani, c’è uno degli scatti più famosi di Margareth Bourke-White, (The Louisville Flood, che segnò la visione della Grande Depressione) qui mutate in inquadrature mozzafiato.

Ci sono poi le canzoni, gli eventi, le voci, soprattutto le voci, che si stagliano in mezzo a una scena e ce la raccontano, pur provenendo da momenti e luoghi diversi.
Parole chiare, concise, che fanno da contrappunto alle immagini, altrettanto chiare e concise accentuando le note stridenti, puntualizzando un discorso visivo.
Questa laboriosa azione di recupero, non solo traccia un’imprescindibile circolarità temporale, ma soprattutto evidenzia quanto un ideale giusto, non ha possibilità di invecchiare.
Mentre la macchina da presa indugia sulle tappe di un viaggio on the road, ascoltiamo quasi ipnotizzati le parole di James Baldwin provenienti dal 1965, dal suo iconico dibattito a Cambridge con l’ultraconservatore William F. Buckley: sembrano scritte per quel momento, anche se quasi sicuramente è quel momento che è stato creato per sostenere parole tanto solenni.

Lovecraft Country rifugge da qualsiasi definizione. Si muove con fluidità attraverso toni e stili differenti, in un racconto pieno zeppo di capriole narrative, che un po’ intrigano, un po’ nauseano, ma che certamente non spingono il fruitore a scendere dalla giostra. Ogni puntata tenta apparentemente di condurci verso una strada battuta, per poi improvvisamente sterzare su percorsi inesplorati, percorrendo un tragitto autoconclusivo, focalizzandosi su un nuovo genere, dichiarando qualcosa su un personaggio, raccontando l’horror in più sfaccettature.
Non è poi così bizzarro dunque, che nell’universo di questa serie scritta da Misha Green e prodotta da J.J. Abrams e Jordan Peele, convivano viaggi nel tempo, mostri lovecraftiani, case infestate e alieni.

La storia che invece prosegue in modo orizzontale chiama in causa un antico ordine di stregoni e un prezioso “libro dei nomi”, da tempo andato perduto, di cui ogni personaggio spinto da motivi differenti è alla spasmodica ricerca. La magia praticata non ha nulla a che vedere con bacchette e scope volanti, perdendo la connotazione fantastica e rassicurante alla quale siamo abituati, mostrandosi al contrario nella sua veste più cupa e violenta, in una profonda e arcaica connessione con il corpo, con le viscere e soprattutto con il sangue, ingrediente fondamentale per malefici e incantesimi, in un’accezione decisamente splatter.  

La magia, di esclusiva proprietà dei bianchi, diventa ulteriore strumento per sancire un predominio, per imporre una supremazia, trasformandosi una volta nelle mani della famiglia di Atticus, in mezzo di rivendicazione per sperare in una lotta alla pari.
Lovecraft Country ha la smania di mostrare quanto più possibile: le sfumature sono troppe per essere comprese in toto e nella compulsione di un racconto frenetico, ben lontano da una costruzione lineare, il risultato è a volte approssimativo. Non manca però la consapevolezza, la serie riconosce i suoi punti deboli e non li nasconde: il commento del protagonista Atticus, all’inizio del primo episodio, sembra esplicitarlo “le storie sono come le persone: amarle non le rende perfette, cerchi di apprezzarle trascurando i difetti”.


Martina Rizzo

Martina Rizzo

La mia vita è un film di Tim Burton, ma senza Johnny Depp

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *