Bly Manor: la nuova serie di Mike Flanagan

Flanagan ci ha tentato una seconda volta, ma certi esperimenti raramente hanno successo due volte: dopo il successo di The Haunting of Hill House del 2018, tratto dal romanzo di Shirley Jackson, il regista Mike Flanagan ha girato un adattamento di Giro di vite (1898) di Henry James, considerato uno dei più bei racconti della letteratura gotica. Ma The Haunting of Bly Manor, benché abbia un continuo rimando all’opera di James (non solo Giro di vite, ma anche The Romance of Certain Old Clothes e La bestia nella giungla), non funziona. Vediamo perché.

Composta da nove episodi, la storia comincia in America nel 2007, quando una donna invitata ad una festa di matrimonio si trova a raccontare una vicenda di fantasmi, sottolineando che di tale vicenda non è stata diretta testimone, nonostante sia chiaro, per noi spettatori, che stia mentendo.

Si torna indietro al 1987, in Inghilterra, quando una giovane tata americana viene assunta da un avvocato facoltoso, ma pure alcolizzato, per badare ai suoi due nipoti in un vecchio maniero di Bly, un posto lontano, nella campagna inglese. I due bambini, Flora e Miles, sono rimasti orfani dei genitori, dopodiché in strane circostanze hanno perso la loro prima tata, Miss Jessell, la quale era stata vittima delle seduzioni del poco raccomandabile Peter Quint, il tuttofare dello zio.

Immediatamente si scopre che la tata, Dani, è vittima già di suo di una presenza oscura che la perseguita in ogni specchio o superficie riflettente. E con questo fardello pregresso giunge a Bly, dove sin da subito si comprende che vi sono numerose presenze, la più misteriosa delle quali lascia ogni tot di notti una serie di impronte di fango che partono da un laghetto per arrivare ad una delle camere da letto, da dove poi fanno il percorso a ritroso. Questa è la presenza più misteriosa perché, al contrario dei fantasmi protagonisti, ha una vera e propria fisicità, con la quale può manipolare i viventi.

[foto: vox.com | netflix.com]

 

Al maniero, Dani si troverà a convivere anche con la signora Grose, cioè la governante, Owen Sharma, il cuoco, e Jamie, la giardiniera, dichiaratamente lesbica, con la quale Dani stringerà via via uno stretto rapporto. Ognuno di questi personaggi, compresi i bambini, posseggono un vissuto drammatico, che tornerà a perseguitarli, ben più dei fantasmi.

Il tema principale della serie è sicuramente il senso di colpa; ognuno dei personaggi lo prova per qualcosa di drammatico accadutogli. A questo si aggiungono un senso del dovere oppure una incapacità ad agire per paura delle conseguenze. Ed i fantasmi non sono esenti da un profondo struggimento, a loro volta hanno uno scopo preciso, che non è infestare la casa, bensì quello di non diventare come le presenze più antiche della dimora.

Sì, l’insieme è molto affascinante, ma non funziona: The Haunting of Bly Manor non è una serie horror, l’horror è un pretesto, e noi spettatori ci ritroviamo a pregare che succeda qualcosa di horror implorando: per pietà, basta con tutto questo sentimentalismo, basta con questi flashback noiosi, basta con questi racconti lacrimevoli del proprio passato! Questo non è un horror, è un melodramma dark smarmellato (è la parola migliore che ci sia per darvi un’idea della situazione): un po’ quell’aria da Beautiful, un po’ la verbosità già presente in Hill House, e certe soluzioni stilistiche di sceneggiatura ripetitive e alla lunga estremamente noiose, fanno calare l’attenzione. E non si salva nemmeno l’ultima puntata, che dovrebbe mostrare il climax di terrore: no! Il tutto si risolve con una ridicola formuletta magica: lo spettatore si sente preso in giro, per poi scoprire che resta una mezz’ora di melenso romanticismo. Quasi nove ore, con una quantità di materiale assolutamente ridondante ed inutile: no, questa volta Flanagan non è riuscito a soddisfare il nostro desiderio di spaventarci.

Due cose tuttavia si salvano di questa serie: la recitazione degli attori, perché sarebbe ingiusto dire che non siano bravi, ed alcuni di loro sono ricorrenti nei lavori del regista; e l’episodio numero 8, girato in bianco e nero, tratto, come dice il titolo stesso, da The Romance of Certain Old Clothes, che James scrisse nel 1868. La sceneggiatura è riuscita ad unire questa bellissima storia alla trama dell’adattamento di Giro di vite, ma, se visto singolarmente, l’episodio merita davvero molto. Tra l’altro vi è come protagonista la bravissima Kate Siegel (moglie dello stesso Flanagan), che ricordiamo per aver interpretato Theo in Hill House.

Ora, posso solo consigliarvi di occupare il vostro tempo leggendo il meraviglioso Giro di vite di James, che ha avuto nel 1961 un adattamento eccellente diretto da Jack Clayton e che in Italia è stato distribuito con il titolo di Suspense: un film che non è invecchiato affatto male, un vero classico del genere gotico.

Aspettate poi con noi The Turning, in sala (si spera) dal 29 ottobre, il nuovo adattamento cinematografico del racconto diretto da Floria Sigismondi.

 

Lavinia Consolato

Lavinia Consolato

Inguaribile cinefila cinofila che passa la sua vita nelle sale cinematografiche

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