La miniserie di IT: chi ha paura di un vecchio clown?

IT è prodotto deludente se guardato oggi: per i fruitori moderni, immuni a qualsivoglia spavento cinematografico, il clown di Tim Curry appare come una buffa parodia di ciò che Stephen King descrive nel suo romanzo, un’ombra dai contorni indefiniti che può essere guardata senza tenere le mani davanti agli occhi; quel pagliaccio ormai “vecchio” di quasi trent’anni, non ci fa poi così paura.
Eppure un tempo ne eravamo terrorizzati: quello strano circense dagli occhi gialli ha riempito gli incubi di qualsiasi bambino cresciuto negli anni ’90 e la fama attorno al personaggio è aumentata a tal punto da divenire un emblema del genere horror anche per le generazioni successive. La miniserie dà un volto (e una voce) all’entità millenaria scaturita dalla mente dello scrittore americano, concretizzando in un corpo (mutaforma) le paure ancestrali di ognuno di noi.
Pennywise si nutre di questo, farcendo le sue piccole vittime di terrore e spavento, per poterle poi assaporare con gusto. Le sue sembianze sono quelle di un clown – naso rosso, parrucca, costume abbondante e colorato, tra le mani sempre il filo legato a un palloncino – ma la sua vera natura è misteriosa, un’incognita mai del tutto svelata che ben si misura con la sua manifesta ambiguità.
L’immaginaria Derry, cittadina del Maine, sembra essere il perfetto circo in cui il pagliaccio può esibirsi: gli adulti sono ciechi di fronte alla sua presenza, impassibili di fronte al sangue che sgorga a fiotti e indifferenti nei confronti della violenza che si diffonde nelle strade, nella scuola, nelle case. IT non è dunque l’unico mostro da sconfiggere ma diventa catalizzatore per tutte le brutture da combattere, il male assoluto che se estirpato cancellerà tutto il resto.

[foto: cinematographe | movieplayer]

 

Sono forse le vite stesse dei protagonisti ad essere più spaventose del pagliaccio assassino?
I sette outsider si muovono in un arco temporale lungo trent’anni, che miscela, non sempre con efficacia ma con altissima frequenza, passato e presente in un andirivieni di episodi significativi che hanno reso quei ragazzini di ieri, gli adulti di oggi. Non esiste però maturazione, perché i membri del Loser Club, incapaci di venire a patti con le proprie paure, appaiono come bloccati da un vissuto troppo ingombrante, accantonando ciò che è stato nella zona più nascosta dell’inconscio, pronto a riaffiorare quanto più vicini a Derry.
La miniserie si esplicita seguendo due binari narrativi: da un lato la storia di una preadolescenza in provincia con le premesse del classico romanzo di formazione; mossa dai moti dei primi amori, si delinea la quotidianità della scuola e dei momenti di spensieratezza assieme agli amici fedeli, dall’altro si profila il racconto del perturbante, dell’insolito e del misterioso che, come una pesante coltre di fumo, inghiottisce Derry assieme a tutti i suoi abitanti.
 
Dirette da Tommy Lee Wallace, le due puntate della durata complessiva di 192 minuti, risentono del medium di destinazione, quello televisivo, e figlie del tempo in cui sono state prodotte, fanno sfoggio della maggior parte di quei noiosi cliché melodrammatici tipici della fiction. Tolta la performance di Tim Curry (spaventosa nelle vesti del clown più che in quelle in cui si esplicita come mostro), la recitazione degli adulti è dozzinale, dimenticabile; quella dei bambini è invece sincera e decisamente più efficace, così come la parte di racconto a loro dedicata. Gli effetti speciali, grezzi e raffazzonati, richiamano un modo di fare cinema artigianale, più vicino ai B movies che non alle grandi produzioni contemporanee.

It del 1990 è paragonabile a quelle vecchie storie di paura che da bambini ci facevano drizzare i capelli e che adesso riascoltiamo per abbandonarci alla nostalgia, più che al brivido stesso.
Il passare del tempo non è stato clemente con il pagliaccio assassino e il terrore che suscitava all’epoca è ormai stato quasi completamente sostituito da una flebile risata: ma in fondo, se turbare è sempre stato facile per un clown, non è mai stato da tutti, saper far ridere.
 

Martina Rizzo

Martina Rizzo

La mia vita è un film di Tim Burton, ma senza Johnny Depp

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *