Il Signor Diavolo: il ritorno di Avati

Non si perde in chiacchiere il nostro caro Pupi Avati, il film si apre con la scena madre che è difatti il mistero attorno al quale ruota la storia: un ragazzo dal fisico deforme, si avvicina alla culla della sorellina che piange e la azzanna con le sue atroci fauci animalesche. Le fauci di un verro, un maiale, l’animale nel quale, secondo la cultura popolare veneta, prenderebbe forma il Diavolo, o meglio il Signor Diavolo. Questo delitto, accaduto realmente nel 1500 e da cui Avati prende spunto, è destinato a ripetersi per mano di Emilio (Lorenzo Salvatori), vittima (o carnefice) fino a prova contraria. Ciò che il protagonista, lo sfortunato Furio Momenté (Gabriel Lo Giudice), dovrà scoprire sono le circostanze, o meglio le vere circostanze della morte di Emilio per mano di un bambino.

Corre l’anno 1952 e Momenté, inviato dal Ministero di Grazia e Giustizia di Roma, durante il viaggio in treno fino a Venezia legge tutta l’inchiesta giudiziaria compiuta da un commissario, in cui dai molti interrogatori appare inizialmente chiaro che il mistero non sia altro che un profondo problema di ignoranza, bigotteria e radicati pregiudizi contro il diverso, ovvero Emilio, non solo deforme e con un ritardo mentale, ma anche macchiato della colpa di aver ucciso la sorellina, atto che la madre, una signora di una potente casata con il potere di influenzare gli esiti delle elezioni nel Veneto cattolico, nega sia mai avvenuto.

[foto: Cinequattro | Quinlan ]

Momenté entra quindi in un mondo contadino dove le autorità sono ecclesiastiche, non figure laiche, dove il sole sembra non esistere ed i volti pallidi dei bambini sembrano quelli di piccoli fantasmi. Momenté stesso non è molto diverso da uno spettro, inoltrandosi nella terra veneta, partendo dalla “laicità” del ministero, entra in un mondo di misteri che non si sa spiegare ed in cui qualcuno gli consegna furtivamente le prove del delitto: dei denti che umani non sono, eppure da un umano sono stati brutalmente recisi.

Non si può non pensare al topos del forestiero che si inoltra nel mondo contadino e superstizioso, lo stesso topos che abbiamo conosciuto in Il mistero di Sleepy Hollow di Burton o nella serie Gogol, ma è in realtà molto simile al più famoso film del maestro Avati, La casa dalle finestre che ridono, in cui ritorna la questione del confine tra superstizione e verità in una cultura rurale.

Avati ha tratto il film dal suo romanzo omonimo edito da Guanda nel 2018, un gotico che senz’altro dice molto della cultura italiana del secondo dopoguerra.

Il Signor Diavolo è quindi un gotico nel quale sono stati riportati in vita gli anni ’50 come una fotografia che prenda vita e dalla quale poi non si torna indietro, come Momenté, che avrebbe dovuto far ritorno a Roma e invece…

Lavinia Consolato

Lavinia Consolato

Inguaribile cinefila cinofila che passa la sua vita nelle sale cinematografiche

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