Una produzione vincente: il fenomeno The Conjuring

Gli studi di demonologia condotti da Ed e Lorraine Warren hanno dimostrato che la presenza demoniaca si sviluppa in tre fasi: infestazione, oppressione e possessione.

I demoni si nutrono della paura e delle energie negative che creano all’interno di un ambiente. La medesima cosa attua il cinema: nel buio della sala lo spettatore teme quelle stesse presenze che opprimono le figure più deboli presentate sullo schermo, sapendo, però, che “questo è soltanto un film”. Ma è davvero così? La strategia vincente della produzione Warner e New Line che dal 2013 fino ad oggi produce una serie di film intrecciati tra loro, comincia proprio dallo scardinare l’assunto principale del cinema horror: quel “è solo un film” qui non vale, perché la prima e l’ultima cosa che ci mostra è “Based on the true story”.

La serie della produzione è la seguente, che però non rispetta l’ordine cronologico degli eventi narrati:

The Conjuring (2013), diretto da James Wan,
Annabelle (2014), diretto da John R. Leonetti,
The Conjuring – Il caso Einfield (2016), diretto da James Wan,
Annabelle – The Creation (2017), diretto da David F. Sandberg,
The Nun – La vocazione del male (2018), diretto da Corin Hardy,
La Llorona – Le lacrime del male (2019), diretto da Michael Chavez,
Annabelle 3 (2019), diretto da Gary Bauberman,
The Conjuring 3 (2020), diretto da Michael Chavez.


[foto: hotcorn.com | variety.com]

Lo schema, ben noto agli appassionati di cinema e serie tv, è quello della ripetizione con diversificazione dello stesso schema narrativo, e vede la sua punta di diamante nel primissimo film, che senz’altro si può considerare un elevated horror. Questo termine, entrato in voga nel 2011, viene usato per dare valore e dignità a quei film horror (un genere tutt’ora decisamente bistrattato) che si elevano dalla paccottiglia splatter che solitamente connota il genere.

The Conjuring 1, esattamente poi come Annabelle (1, 2) cerca di evitare il sangue più possibile, almeno prima del climax finale e risolutivo del terzo atto della narrazione, così come pure l’uso del digitale.

Le tre “regole” della demonologia vengono rispettate secondo i giusti tempi, lasciando spazio per i momenti di respiro tra un climax di paura e l’altro; i “trucchi” dell’infestazione sono le classiche torture psicologiche che colpiscono in primo luogo i bambini, ovvero le persone psicologicamente più deboli; presenze nell’oscurità e movimenti notturni, orologi che si fermano alle 3 di notte e croci che si rovesciano. Tutto ciò è fatto con stile ed è, soprattutto, credibile all’occhio umano.

Le cose cambiano con The Conjuring 2 e The Nun. Il 2 parte bene, nello stile del primo capitolo, per poi perdersi proprio nell’uso del digitale che sporca la credibilità del film: l’Uomo storto che assoggetta i bambini è davvero finto, grottesco, sembra il cugino brutto di Babadook; la manifestazione di Valak, con la sua sconfitta finale, richiede pure il digitale, ma anche lì, sembra un po’ eccessivo. Dirà anche lo spettatore: “Deve pur fare paura, no? Che cosa vuoi fare senza digitale?”. Eppure, no, fatto in quel modo, proprio non ci siamo. Con The Nun arriviamo alla sconfitta, e non me ne si voglia, se lo ritengo tutto tranne un bel film horror: in ogni senso è troppo, è eccessivo e, decisamente, paura non ne fa. Ed è un peccato ovviamente, perché questo capitolo della saga, ovvero il primo incontro tra una giovane Lorraine e Valak in Romania, era assolutamente dovuto e voluto per lo spettatore, che avrebbe meritato una qualità migliore. Perché esagerare, non dico con il digitale, ma con la trama? C’è davvero troppo, non c’è respiro ed è, per la maggior parte, pacchiano.

Non possiamo che sperare che la produzione percepisca i desideri degli spettatori, reimpostando quella qualità dei primi film per i prossimi capitoli della saga.

Lavinia Consolato

Lavinia Consolato

Inguaribile cinefila cinofila che passa la sua vita nelle sale cinematografiche

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