Shining: l’horror secondo Kubrick

Alla ricerca dell’ispirazione per il prossimo progetto, Stanley Kubrick leggeva quanti più romanzi possibili. Insoddisfatto di tutti i libri che gli capitavano tra le mani, li scaraventava con foga contro le pareti del suo ufficio.
Appena fuori dalla stanza, la sua segretaria ascoltava incuriosita il ritmo cadenzato di tonfi, fino a quando non sentì più nulla, solo il silenzio per molti minuti: Kubrick stava leggendo Shining di Stephen King.

Allontanandosi dalla “leggenda”, le cose andarono in maniera decisamente meno poetica: agli inizi del 1977, il produttore della Warner, John Calley, fece avere a Kubrick le bozze di stampa del libro. Il regista non lo riteneva affatto un capolavoro, ma aveva più volte sottolineato il grande gioco di equilibrio tra umano e sovrannaturale che quella trama ben costruita aveva saputo delineare. Un ottimo spunto dunque, necessario ma non sufficiente, dal quale costruire il suo film.

È infatti il nome di Kubrick a passare in primo piano rispetto a quello dello scrittore: la mente va subito alle gemelline alla fine del corridoio, all’inquietante labirinto innevato, all’infinita cascata di sangue fuori dagli ascensori, al ditino di Danny quando comunica con Tony, alla ossessiva ripetizione di “All works and no play makes Jack a dull boy”: cose che King non aveva scritto, intuizioni per cui la paternità del suo romanzo passerà notoriamente al maniacale e visionario regista.

Shining, uscito nelle sale quasi 40 anni fa, ha il merito di aver stravolto il genere horror con le sue scelte stilistiche fuori dai canoni, esplorando e ribaltando una tendenza dai caratteri già definiti. Il film è molto più di un adattamento del romanzo di King, configurandosi come la precisa visione del mondo (e di un genere) da parte di una delle menti più geniali del cinema.

shining scena incontro gemelle

[foto: nerdist.com | ciakmagazine.it ]

Gli spazi angusti, claustrofobici, male illuminati, tipici della filmografia horror, vengono sostituiti da aree d’azione esageratamente ampie, che rendono indefinibili i confini dell’albergo e descrivono alla perfezione il concetto di isolamento. E se la tendenza fino ad allora era stata quella di oscurare gli ambienti e rendere difficile la visibilità, in Shining le scene sono perfettamente illuminate: la forte luce artificiale, rende difficile la distinzione tra il giorno e la notte, l’Overlook diventa un universo all’interno di una bolla temporale, in cui tutto è sempre uguale a sé stesso.

La suspense del film non è quindi da imputare alle tenebre e al non visto. Le scene più inquietanti si svolgono mostrandosi nella loro interezza. Anche la colonna sonora propone la propria rivoluzione: le sonorità scelte mescolano sapientemente innovazione elettronica e ballabili degli anni Venti e Trenta creando una curiosa commistione di stili che rendono il contrappunto musicale ancor più terrorizzante e puntuale.

Shining non si lascia scalfire dal tempo: resta attuale per tematiche, interpretazioni e tecnica: il mondo racchiuso in quell’enorme albergo di montagna resterà per sempre impresso nelle nostre memorie, un mistero irrisolto, assieme al suo groviglio di corridoi, stanze inesplorate e luoghi proibiti. Ad ogni visione, Kubrick ci invita nuovamente a spiare tra quei segreti e a perderci assieme a Jack nel labirinto.

Se ad oggi è indubbia la fama e il successo del film, un’ultima questione resta forse ancora aperta: il romanzo dell’albergo infestato, adattato da chiunque altro, avrebbe ottenuto identici effetti sul presente?

E voi, siete pronti a tornare all’Overlook?

 

Martina Rizzo

Martina Rizzo

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